A Room of No One's Own

"Familiarizzare il non familiare e defamiliarizzare il familiare" Paul Ricoeur

Tutti noi, con una certa familiarità con la lingua italiana, sappiamo cos’è un puzzle. lo associamo più che altro a quel gioco che facevamo forse da bambini che consisteva nel rimettere tutte le tesserine al posto giusto per formare un’immagine più ampia e sensata. Tuttavia, io sono sempre rimasta affascinata dal significato inglese del termine che, non solo, in quanto sostantivo, si riferisce al gioco o indovinello o rompicapo, ma è anche un verbo, transitivo e intransitivo che ha a che fare con lo sconcerto e lo spiazzamento di fronte a qualcosa che non si riesce ad afferrare, che non si adatta immediatamente alle nostre cornici mentali e/o culturali.

Questa premessa per dire che vorrei ora raccontarvi una storia, una storia di sconcerto e di imbarazzo.

Era la penultima sessione, di un breve ciclo di philosophy for children, in una seconda elementare. Una comunità intellettualmente scoppiettante e impegnata, appassionata nel coltivare le questioni che decideva di mettere al centro del dialogo. Adoro i fuochi di artificio intellettuali, ma sono anche consapevole, per esperienza, che a volte possono essere controproducenti per instaurare un vero clima di cooperazione e avanzare e co-costruire insieme un piano di discussione. Sorprendentemente, primo motivo di sconcerto, ne erano consapevoli anche i miei piccoli filosofi, e di comune accordo decidemmo quindi di stringere un patto, sigillato da una stretta di mano, con cui ci impegnavamo tutti a prestare attenzione ai turni di parola e alle parole degli altri mentre eravamo in attesa del nostro turno. Insomma, ad ascoltare ed essere presenti e avere cura, non solo delle nostre idee ma della comunità con cui le volevamo condividere.

All’incontro successivo, l’ultimo del nostro percorso, entrò in aula una bimba, seguita di corsa dai suoi compagni. Agitata ed evidentemente ferita, quasi in lacrime, mi disse: “Matteo ha spezzato il patto, Matteo ha spezzato il patto! Ha detto che ha spezzato il patto! I patti non si posso spezzare!”. Intuitivamente capivo che stava accadendo qualcosa di importante, per me e per loro, ma ancora non sapevo esattamente che strada avremmo preso. D’altronde i miei piani per l’ultima sessione erano ben altri: sfruttare il patto per concentrarci su qualche bel contenuto di propedeutica alla logica informale. Non certo quella “roba relazionale lacrimevole”. Sconcerto numero due.

A quel punto, una volta seduti tutti in cerchio, avevo due strade come facilitatrice: imporre il ritorno all’ordine (come non sapevo) e seguire i piani, oppure prendere la situazione e il mio sconcerto sul serio ed esplorare con loro quella terra ancora ignota.Quel giorno ha vinto il coraggio. Mi sono girata e ho scritto sulla nostra lavagna:

Che cos’è un patto?

Silenzio. Tempo trenta secondi, tutte le mani erano alzate e la discussione era iniziata. Vorrei riportarvi le loro ipotesi:

  • tu dici una cosa, stringi la mano a qualcuno, e quello che hai detto ti aspetti che si avvera
  •  è una promessa che non puoi spezzare
  • un patto è un segreto che va mantenuto
  • un patto presuppone ascolto, devi ascoltare l’altro per stringerci un patto
  • Non è vero che non puoi spezzare il patto, lo puoi spezzare, ma le conseguenze sono gravi
  • sono d’accordo, lo puoi spezzare, ma non è giusto farlo
  • spezzarlo è come tradire
  • spezzare vuol dire separare, giusto? Allora, il patto lo puoi spezzare, ma non dovresti: andrebbe trattato come fosse metallo e non un bastoncino di legno

A partire da questo primo “puzzle”, ci siamo concentrati sulle conseguenze della rottura del patto. Io posso venir meno alla mia promessa, al patto che ho stretto, ma cosa succede? In parte avevano già risposto parlando di tradimento, di ingiustizia, ma invitandoli a spostare l’attenzione sull’esperienza emotiva connessa alla rottura, i sentimenti emersi erano di delusione, rabbia, tristezza. E una grossa equivalenza: un patto è l’inaugurazione di un’amicizia, rompere il patto è rompere l’amicizia.

In sintesi schematica questo è stato lo svolgimento. La campana suona e io sono pronta a salutare tutti e a complimentarmi per la gestione del dialogo. La solita bimba, dall’altra parte del cerchio, si sbraccia con entrambe le mani alzate, io le dico che non c’è più tempo, che la discussione è conclusa. Al che lei si alza e grida, sopra le voci degli altri, pronti ad andare via.

“Il patto si può aggiustare!! Capito? Il patto di può aggiustare!Noi adesso lo abbiamo aggiustato”

Imbarazzo terminale della sottoscritta. Con un sorriso gigante e una lacrima pendente mi giro e scrivo questo ultimo commento sulla nostra lavagna. Stacco il foglio, lo consegno ai bimbi perché lo appendano in classe e si ricordino di ciò che sono stati capaci di fare quel giorno. Mettersi in gioco, con i loro limiti, con le loro vulnerabilità, i loro preconcetti, a partire dalla paura di essere in una situazione di amicizia compromessa, e uscirne forti, gioiosi, consapevoli, con un patto sanato che non sarà più il patto stretto la settimana prima, ma un patto più forte, reso più forse proprio dalla rottura e dalla ricomposizione ad un livello più profondo e consapevole delle implicazioni. Nella memoria delle cicatrici.

Per me più che per loro.

Le imperfezioni non sono inadeguatezze; sono segni che ci ricordano che siamo insieme nello stesso viaggio”

Brené Brown

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