A Room of No One's Own

"Familiarizzare il non familiare e defamiliarizzare il familiare" Paul Ricoeur

Di nessuna idea si sa così universalmente che è indeterminata,polisensa,
e adatta, e perciò realmente soggetta ai maggiori equivoci,
come dell’idea di libertà; e nessuna corre per le bocche con
così scarsa coscienza. Poiché lo spirito libero è lo spirito reale-
che trasforma il mondo- i malintesi intorno ad esso
hanno conseguenze pratiche tanto più mostruose in quanto,
 allorché gli individui e i popoli hanno accolto una volta nella loro mente
 il concetto astratto della libertà per sé stante,
 nient’altro ha una forza così indomabile
G.W.F. Hegel[1]

 

Mi guardo intorno, nella strada e tra le pagine recenti di qualche articolo[2], e ciò che per la più parte osservo sono manifestazioni, verbali o gestuali, che sottendono un’idea di libertà che potrebbe essere semplicemente, ma non banalmente, riassunta del pronome “io”.  Io sì e tu no. Io sì perché tu no. Ovvero, io posso finalmente e a gran voce dire io solo perché dicendolo e nell’atto di dirlo io sto destituendo il potere dell’altro. O meglio, sono convinto di destituirlo: creo una rappresentazione di mondo in cui l’altro che a me non garba non ha né diritto né ragione di esistere; l’altro non deve esistere perché io possa essere e dire io. Il re è morto: lunga vita al re!

Ora, torniamo un attimo indietro; immaginiamo che le righe sopra siano una fotografia che reca il titolo di libertà. Libertà moderna? Libertà postmoderna? Libertà dell’insorto? Libertà del soggetto neoliberale? Libertà del “me ne frego”? La lista di ipotesi, tutte molto verosimili sarebbe credo ancora molto lunga. Tuttavia non è questo ad interessarmi maggiormente. Io credo che questa fotografia abbia un rapporto ben strano, quanto meno equivoco con il suo titolo. Diamo pure per concessa l’esistenza della libertà in quanto qualità ontologica dell’umano, prescindendo dalla sua ipotetica dimensione morale. Qui l’equivoco non sta nell’oggetto della libera scelta, ma più a monte, in ciò che libertà è. Ovvero, può dirsi ancora libertà l’idea di essere un’isola, sovrana e autosufficiente in terra e in mare?  Se la sovranità e la libertà si identificassero

il risultato non sarebbe tanto il dominio sovrano di se stessi, quanto il dominio arbitrario di tutti gli altri o, come nello stoicismo, lo scambio del mondo reale con uno immaginario in cui gli altri non esistono.[3]

La libertà nel tentativo di tutelarsi, finirebbe col sopprimere se stessa, annullando la condizione prima del suo esercizio, la pluralità. Per quanto questo possa sembrare apparentemente paradossale.

Noi stiamo interpretando le pretese di sovranità dell’io come rivendicazioni libertarie, manifestazioni della sua ontologica, sacra, libertà di volere e di agire. Con tutte le conseguenze e i sentieri franati che da questa interpretazione derivano. Credo quindi sia opportuno rimettere ogni cosa al suo posto con la giusta etichetta.

La sovranità è l’ideale di non compromettere l’autosufficienza e la padronanza di sé.[4]

Questo ideale è in contrasto con la condizione in cui si esercita, e non può non esercitarsi, la libertà, ogni libertà: la pluralità. Pluralità di agenti ugualmente liberi che annullerebbero, agendo, le rispettive sovranità. Se la sovranità e la libertà si identificassero allora nessun uomo, non potendo essere sovrano (in un contesto che resti plurale e non totalitario), potrebbe essere libero.

E’ possibile pensare a una libertà non sovrana? Come pensarla? Domande mal poste, a mio avviso. Non serve pensarla, perché una libertà sovrana non è libertà, semplicemente. Allora piuttosto, come immaginarci il volto della libertà? Della nostra e delle nostre libertà perché libertà siano e restino?

Io a questa libertà do il nome di abitare; abitare è il modo in cui gli uomini sono, insieme, sulla terra. L’abitare descrive e si inscrive innanzitutto in una condizione plurale e relazionale. Quando si abita non si è più soli, ripiegati su se stessi. Qualcosa di altro, di differente, appare all’orizzonte. Uomini, dèi, spazi. Questa apparizione non è però da intendersi come condizione aggiunta, che può e non può verificarsi, come una pura questione di scelta di far apparire oppure no. Questa presenza è da sempre, immemoriale. L’uomo sta da sempre in una relazione che lo precede e la cui istituzione non dipende da lui. (Che lui poi la voglia riconoscere come tale o negarla  cadendo nelle dinamiche di dominio o di negazione dell’altro, è un’altra questione.)  L’abitare ci dice, quindi, da un lato, di un’originaria passività dell’umano, la sua gettatezza, se vogliamo.

Come sottolinea Heidegger, Bauen[5] significa abitare, rimanere, trattenersi; suo sinonimo, con una sfumatura in più, è il gotico wunian , che significa avvertire questo rimanere con pace. E la pace, Friede indica il Freie, ciò che è libero, libero da minacce, cioè curato e preservato. Abitare dunque è aver cura, lasciar essere qualcosa nella sua essenza; libertà che invece di im-porre, de-pone, si ritrae, avanza retrocedendo, azione non agente. Libertà che si conquista nel donare libertà, nel lasciar essere, nel fare spazio. All’altro, al sé che non ci si immagina, che non si sa, che non si può sapere prima di agire e di apparire agli altri che, con noi, abitano il mondo. Nella libertà che si sottrae al dominio, dell’io e dell’altro, e che trova la sua verità nell’esposizione vulnerabile di sé, nella familiarità dell’improprio e nell’estraneità del proprio, troviamo il principio di una libertà che non si vuole sovrana, ma ospitale. E di un’ospitalità mai forzata né scontata, libera. Esporsi a questa condizione, con tutti i rischi che questo comporta, e assumerla in quanto tale, facendosene responsabili, è il principio dell’abitare.

 

“Trovare l’altro è un movimento che parte ancora da sé, ma che il sé non
può compiere da solo senza che sia l’altro a trovarlo mentre viene cercato.
Farsi trovare. Cercare ed essere trovati […] trovare se stessi come un essere trovati.
[…] Trovare se stessi, perché in quell’identità quotidiana con sé ci si era smarriti. Chiusi.  Neppure smarriti; il sé non c’era; da solo con se stesso, non c’è mai stato.”[6]

“Lo si voglia o no si appartiene da sempre alla smentita di sé, al proprio rinnegamento. Al proprio dover lasciare.  Forse ci spieghiamo in questo modo la tenacia e la rabbia mentale della proprietà, l’impegno di vite intere a tenere puntati i piedi lì dove si è e su quel che si ritiene di aver raggiunto, di possedere. A occupare spazi; e a impegnarsi ancor più- per forza di cose-a tenere lontano gli altri.”[7]

 

 

[1] Annotazione di Hegel al §482 dell’ Enciclopedia delle scienze filosofiche.

[2] Mi riferisco all’articolo di Rocco Ronchi, Metafisica del populismo, rielaborazione della lectio magistralis dal titolo Kum!Dal soggetto razionale all’anarca populista, Kum” Festival, 20 ottobre 2018.

[3] H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Tascabili Bompiani, Milano, 2009, p.173.

[4] H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Tascabili Bompiani, Milano, 2009, p.173.

[5] M. Heidegger, Costruire abitare pensare, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1980, p.99.

[6] F.Riva, Filosofia del viaggio, Città Aperta, Troina, 2005, p. 67.

[7] F.Riva, Filosofia del viaggio, Città Aperta, Troina, 2005, p. 86.

 

Bibliografia e Sitografia

https://www.doppiozero.com/materiali/metafisica-del-populismo

Trezzi Rachele, tesi di laurea “L’uomo e il luogo. L’abitare tra Hannah Arendt e Marcela Serrano”

Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Tascabili Bompiani, Milano, 2009

Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1980

Riva, Filosofia del viaggio, Città Aperta, Troina, 2005

Riva, Dialogo e libertà. Etica, democrazia, socialità, Città Aperta, Troina, 2003

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