A Room of No One's Own

"Familiarizzare il non familiare e defamiliarizzare il familiare" Paul Ricoeur

Questo non è un blog.

Questa è una stanza, è la stanza. La stanza dove, in alcuni momenti, delle persone, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, si riuniscono, in cerchio, per porsi delle domande e ragionarci intorno, insieme. E’ quella che chiamiamo Pratica Filosofica di Comunità (P4C).

Io sono una di quelle persone. Ogni giorno. E qualche volta ho anche la fortuna di poter aiutare quelle persone nella loro ricerca, facendo qualche volte da guida, qualche volta da sponda, qualche volta da specchio, molte volte in silenzio.

Voglio raccontarvi questo viaggio di tutti i giorni, la mia avventura quotidiana nel pensiero.

Ma perché questa stanza non è di nessuno? Sì, Virginia Woolf ci ha aiutati, rivendicando per sé una piccola porzione di mondo, un frammento di autonomia e di libertà in una società così affannata a farsi spazio a discapito di altri. Tuttavia, io penso che questa identificazione tra libertà e sovranità, a cui siamo tutti così profondamente avvezzi, non ci sia di aiuto quando ci troviamo nelle stanze della vita che, raramente, si rivelano essere solitarie. Più spesso sono popolate di molte persone, estranee per lo più, a volte simpatiche, a volte no, sovente apertamente o velatamente ostili in qualche aspetto. E nonostante questo noi continuiamo ad agire, a dover prender decisioni, a dire parole e a fare gesti che coinvolgono tutti questi personaggi che popolano la stanza. Gesti e parole che generano reazioni e risposte imprevedibili e impreviste, le cui conseguenze sfuggono e ci avviluppano in fragili intrecci, in una rete che non siamo più noi soli a poter governare. Niente più sovranità, fine della libertà. O forse no.

“Dobbiamo domandarci se la capacità di agire (di agire il gesto e di agire la parola) non alberghi in se stessa potenzialità che le consentano di sopravvivere nonostante l’assenza di sovranità”

Così scrive H. Arendt nella sua “Vita Activa”. Come pensare una libertà che non coincida con la sovranità? Forse non serve pensarla. Noi già la esercitiamo. Forse dobbiamo rivedere semplicemente l’equazione assiomatica da cui partiamo per concludere che no, non siamo così liberi come pensiamo. Forse la libertà non è in sé sovrana, forse è piuttosto ospitale. Invece di imporre, dettando regole, è in sé un movimento che avanza retrocedendo, de-pone, fa spazio. Fa spazio all’altro, al sé che non ci si immagina, che non si può sapere prima di agire e di apparire agli altri che, con noi, abitano il mondo. Nella libertà che si sottrae al dominio, dell’io e dell’altro, e che trova la sua verità nell’esposizione, nella familiarità dell’improprio e nell’estraneità del proprio, troviamo il principio di una libertà che non si vuole sovrana, ma ospitale. E di un’ospitalità, mai forzata né scontata, libera. Esporsi a questa condizione, con tutti i rischi che questo comporta, e assumerla in quanto tale è il principio dell’abitare. Itinerare, insieme, in una stanza che non appartiene a nessuno e che, insieme è, per tutti.

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